Mi piace…

23 dic

Ebbene sì: mi piacciono le canzoni di Natale, Rudolph e le altre renne, la neve (finta) sulle vetrine dei negozi, vedere per l’ennesima volta il Canto di Natale e il groppo in gola quando Scrooge si carica sulle spalle il piccolo Timmy, le luci appese in strada…

 

Mi piace fare un pacchetto, anche se mi sembrano alla fine tutti orribili e contengono poco o nulla, o magari no…

 

Mi piace pensare che ci sia un Babbo Natale inesistente a portare sogni ai bambini, o alla meno peggio un regalo…

 

Mi piace l’atmosfera che si crea di bontà, finta o reale che sia, e che comunque, seppure disastrati, acciaccati, malaticci, un sorriso qualcuno riuscirà a strapparcelo.

 

Mi piace pensare che quel qualcuno possa essere vostro marito, vostra moglie, fidanzata o fidanzato, madre, padre, figlio o figlia, amici…

Mi piace pensare di poter essere io.

Mi piace pensare che un giorno solo possa dare felicità e gioia.

 

Sono stupido, lo so. Ma mi piace pensare che ciò non sia…

 

Auguri, di cuore.

 

Davvero.

L’usignolo

8 ago

Questa é una fiaba che lessi da piccolo, o almeno é come me la ricordo io…

Narra leggenda che tutti gli uccelli una volta fossero identici.
Dio non si era dedicato con particolare voglia o attenzione a loro.
Quando fu il turno di riempire i cieli, non è che ne avesse tanta voglia e quindi si era limitato a impastare tanta argilla con poca fantasia. E allora li fece tutti uguali: piccini, dal piumaggio marroncino e becco sottile.

Si dice che non fossero molto contenti e quindi un bel giorno fu indetta una riunione.
Lì i volatili tutti si accordarono affinché una delegazione si rivolgesse a Dio, chiedendogli di fare qualcosa. E così fu. Dio organizzò un’adunata generale, da tenersi l’indomani, durante la quale, in fila indiana e uno alla volta, sarebbe stata data loro la possibilità di scegliere colori, fogge e dimensioni.

Egli chiamò a sè i suoi arcangeli, a cui ordinò di recuperare cesti di becchi, sacchi di piume di ogni forma e, soprattutto, i suoi migliori pennelli e la sua tavolozza di colori satura di ogni possibile tonalità. Un dispaccio fu diramato in ogni angolo del globo, nel quale si comunicava il luogo dove la mattina seguente,di buon ora, Dio si sarebbe dedicato ad ogni volatile che avesse voluto mutare aspetto.

Come sempre accade i primi furono accontentati in tutto: gli uccelli del Paradiso, i pappagallli, i pavoni scelsero colori sgargianti e becchi follemente stravaganti. Altri come i rapaci decisero per forme che incutessero timore, artigli e rostri; altri ancora, come i pinguini o gli struzzi, per qualcosa di più pratico che li proteggesse dal freddo o dal caldo. Man mano che si avvicinava il tramonto, non scarseggiavano le idee, piuttosto era Dio sempre più a corto di colori. Già ai corvi non andò così bene e si accontentarono del poco nero lucido che rimaneva sulla tavolozza.

Quando sembrava che tutto fosse stato ultimato e il cielo si era riempito di migliaia di piume variopinte, ecco che trafelato si presenta davanti a Dio un uccellino minuto. Spiegò che di solito lui dormiva di giorno e che quindi aveva saputo della riunione solo tardi… Dio però non sapeva cosa fare per lui! Le piume erano finite da tempo, così come i becchi, e la tavolozza era vuota: il piccolo uccello avrebbe dovuto restare così come era stato creato!

Triste e sconsolato, l’animale si stava allontanando quando un angelo fece notare che era avanzata una goccia di oro sulla tavolozza. Allora a Dio venne un’idea.
Chiamò a gran voce il piccolo animale e gli chiese di aprire il becco.
Dal pennello fece cadere quell’ultima goccia di oro nella gola della bestiola…

Ecco come fu che all’usignolo fu dato il dono più bello: il suo canto.

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14 Febbraio

14 feb

Non mi ricordo il tuo viso.

Ci provo ma non ci riesco…

Mi ricordo delle tue mani.

Di come carezzavano la mia testa

con calma.

Del fruscío che facevano

avvicinandosi alle mie orecchie.

Carni e ossa concave

a coprire ogni rumore.

Non mi ricordo il tuo viso.

Ci provo ma è difficile…

Mi ricordo della tua voce.

Sommessa nel parlare

a me solo, quasi che

neppure Dio fosse degno

di ascoltarla.

Parole leggere che

Duravano il tempo di

un assaggio.

Non mi ricordo il tuo viso.

Ci provo ma ormai è là…

Mi ricordo della tua schiena.

Le ali appena abbozzate

di giovane insetto

mentre volavi lontana.

Levare di porcellana

bianca, a scrollarsi di dosso

il peso della gioia e

il peso del dolore.

Altro,

il tuo viso,

non ricordo.

What this world needs is a little wonder…

5 dic

 

The Butterfly Circus (low res) from The Butterfly Circus on Vimeo.

“Giornata giù”

20 nov

Sto aspettando sotto la pioggia un autobus che a deciso di farsi aspettare e mi metto a controllare la pagina di Facebook. Potenza dei mezzi moderni che permettono di ingannare il tempo. Leggo due o tre post in bacheca di amici e una parola spunta improvvisa (magari lo facesse l’autobus) nella mia testolina: pudore.

Sembra strano ma esiste ancora. Intendiamoci, non tutti i tipi di pudore. Nella sua accezione più fisica, anzi è quasi completamente scomparso…

Sto parlando del pudore nei confronti delle cose belle che ci accadono. Quello è presente più che mai, in ogni forma e sfumatura. Il doppio senso, il dire-non dire tipico dei social network viene esercitato proprio e soprattutto quando capita qualcosa di positivo e straordinario. Avvertiamo ancora che quelle sono “cose private”, preziose e, quindi, non divulgabili alla massa che legge i fatti nostri. Incidenti ed incidentucoli, problemi e problemini, solitudini e solipsismi: questi vengono diligentemente condivisi, come se fosse prioritario far vedere che tutti siamo in fondo sulla stessa barca (con i distinguo del caso sui ponti sui quali ci hanno affibbiato la nostra cabina, ovvio). Dove la maggioranza mostra scarsa vena è nel divulgare la bellezza di attimi delle nostre altrimenti monotone vitaccie, e che le rendono degne di essere vissute.

Forse abbiamo paura che ce li portino via. Oppure che ne venga svilito il significato visto che, diciamocela tutta, pensiamo sempre che gli altri non possano capire appieno. Sono la macchinina preferita che manco morti daremmo al compagno per giocarci. Alla fine però si rischia solo di essere un lamento di sottofondo a cui nemmeno noi prestiamo più orecchio.

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